Aggiornamenti da RaiStoria


Ricevo e pubblico per tutti gli utenti del sito:

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Gent.le Abbonato,
La informiamo che la serie L’Italia Vista dal Cielo e’ nuovamente sul palinsesto di Rai Storia dal 24 marzo, con i seguenti appuntamenti:
ogni giovedi’ e ogni venerdi’ alle ore 18.00 e alle ore 02.00 con replica la domenica e il lunedi’ alle ore 12.00;
BUONA VISIONE!
La redazione di RAI STORIA
*****EOQ*****

Organizzatevi, ci saranno le repliche anche della puntata sulla Puglia.


Lu Folcu nosciu 2


Il video qui sotto è il risultato dello scambio epistolare tra Luigi e Folco, descritto poche settimane fa in QUESTO POST.


La mita


Quesito:

“Ma le miticeddhre bbincchiara la mita?”

  


Lu Folcu nosciu


All’ennesima richiesta paterna di un fantomatico filmato sulle attività agricole riprese in quel di Soleto negli anni Sessanta, cerco un piuttosto improbabile contatto con colui il quale ne è stato l’ideatore nonché il realizzatore: Folco Quilici.

“Salve, da poco sono venuto a conoscenza del fatto che intorno agli anni ’60 il regista Folco Quilici ha girato un documentario nel quale compariva mio padre nelle scene di lavoro nei campi (trebbiatura del grano) nella provincia di Lecce  (Soleto).  Sarei molto interessato al recupero di questo filmato, se vi è materiale da consultare ed eventualmente da acquistare. Grazie”


Forse colpito dalla “panachite” di quel tempo,  Folco Quilici (in persona???) mi risponde celermente:

“Caro Luigi, ricordo anch’io quelle scene, posso inviarle il documentario “La Puglia, vista dal cielo”, dove forse ne sono contenute alcune. Cordiali saluti, Folco Quilici P.S.: ci occorre, ovviamente, il suo indirizzo postale”

Così io, altrettanto celermente!, gli rispondo.

“Salve sono piacevolmente sorpreso per la rapidità e per la sua disponibilità, il mio indirizzo è:  Stanca Luigi, Lxxxxx Xxxxxx xx.  Mi può dire il costo e come posso pagare? Ricorda anche altri documentari, per caso,  che potrebbero contenere quelle scene? La ringrazio ancora e saluti dal Salento Luigi”

L’amicizia è ormai sbocciata. Folco si ricorda “de li Panachi”.
Così, entrati in confidenza, Folco Quilici, per gli amici “lu Folco” de la zi Peppina, mi risponde:

“Caro Luigi, il DVD glielo invio in omaggio. Cordialità, Folco Quilici”

Ora, vista la disponibilità de lu Folcu, ce facimu?
Lu nvitamu st’estate a Sulitu? Li mandamu nu paccu cu lu casu, le cicore, li pasticciotti e le cucuzze?????

Li cararumbuli


Chiara, Gaia e Andrea alla raccolta dei Cararumbuli

(Rubus fruticosus L.)

Tutti, durante l’estate, nelle ore fresche del mattino,caldissime del pomeriggio o al tramontar del sole, amano raccogliere i cararumbuli: si possono chiamare anche MORE. Li si incontra ovunque e le piante formano dei sieponi molto intrecciati dove crescono grappoli di frutticini di tre colori a seconda dello stadio di maturazione: verdi, rossi e neri. Quando diventano neri sono maturi e piacevoli da raccogliere e mangiare, in genere direttamente, ma se c’e’ abbondanza si usano i recipienti piu’ strani per conservarli, sino alla offensiva zuppiera di plastica. Il sistema piu’ elegante e’ quello di infilare i frutti nell’ultimo internodo del culmo secco di una graminacea (Lagurus ovatus L.) piumino, Coda di lepre o meglio nota MUSCIULEDDHRA)

Lagurus ovatus L.

Si formano ghirlande molto pittoresche (inserire qualcuna), e che hanno tanti significati: simbolo di benvenuto ad ospiti, amicizia ed amore. Molti ragazzi durante il periodo liceale continuano questa tradizione ricorrendo alla” musciuleddhra dei Cararumbuli” per superare la timidezza e aiutarsi verso il primo bacio.

Ma chi e’ il Cararumbulo o Mora? E’ una pianta selvatica che forma siepe (Rovo da More – oggi e’ anche coltivata in qualche giardino) ed ha i rami spinosi; il suo nome botanico e’ Rubus fruticosus L., cresce ovunque sino alla alta collina, purche’ non si pratichi l’agricoltura intensiva. Benche’ in molti posti viene bruciato o trinciato, riesce sempre a ricacciare con vigoria, conquistarsi il territorio senza condividere spazi con altre specie. E’, pero’, generoso  e’ capace di crescere dentro i muri a secco e avvolgerli creando un mondo particolare adatto a dare albergo a tanti animali.

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Il cespuglio


” Elena dove sei?”  chiesi con il solito perentorio timbro di voce ad Elena, la mattina di Pasquetta di quest’anno.

” A Torre dell’Orso, zio” rispose la leggiadra fanciulla. Ah! Elena mia che dolci ricordi quella spiaggia, il mare, le dune, la pineta e i rari cespugli sotto la pineta, prima che selvaggiamente costruissero le esteticamente volgari ville sulla sabbia.

Visitai Torre dell’Orso, passando dagli Alimini, con mio padre, lo ziu PPinu e il dottore agronomo Gabrieli, nel 1952. Avevo 10 anni ed era un mondo, quello degli Alimini, che conoscevo soltanto dai racconti di caccia durante le interminabili serate invernali vicino al braciere di fuoco a casa mia.

Le “cacciate” alle folaghe erano organizzate a rastrello, con sei barche – solo per i signori -, alle sponde i veri cacciatori: Nardo Conte di Otranto, amico di nonno Michelangelo, che sparava cavalcando a pelo un asino di Martina Franca, lu ziu PPinu, Don Vicenzinu Carrozzini, che aveva un casottino di caccia di sua proprietà amorevolmente curato dallo Trabula, e gli uomini nudi. Una specie di uomini ormai estinti, che nudi, in pieno inverno, lottavano a nuoto, durante la “cacciata”, in gara con i cani da riporto e con i barcaroli nella raccolta delle folaghe morte, da vendere poi alle osterie dei diversi paesi dell’entroterra.

Quella visita del 1952 era stata di piacere soltanto per me, mentre per gli altri fu di lavoro, perche’ bisognava decidere se andare o no a trebbiare, con la nostra OM T3, il frumento raccolto a “pignuni” in un piazzamento vicino alla chiesa, là dove oggi si accede allo stradone per Frassanito.

I poveri assegnatari della Riforma, strappati al calore e agli affetti della vita paesana, furono sbattuti negli areali Alimini e dell’Arneo, lontani da Dio e dagli uomini, con la pia illusione di diventare ricchi con tre ettari di terreno poco fertile appena dissodato dopo il decespugliamento della macchia mediterranea (produzione media di frumento 7-8 quintali per ettaro). Quelle terre (circa 10.000 ettari) erano state espropriate  ai grandi proprietari terrieri per far posto ad una nuova categoria di imprenditori agricoli, come pensava Fanfani, sostenitore della riforma fondiaria di Puglia, Lucania e Molise,  gia’ antieconomica in partenza. I laghi rimasero di proprietà dei Tamborino, che li circondarono di tabelle, poste a 50 metri dal battente dell’onda, con la seguente scritta “DIVIETO DI CACCIA E PESCA- DIRITTO ESCLUSIVO DEI GERMANI TAMBORINO”.

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Lo zio Mino, la Melogna e il Saracinisco


Lo zio Mino noto personaggio del cupone stimatissimo agricoltore, amante delle terre rosse salentine con roccia affiorante, raggiunge uno stato di benessere generale quasi eccitato quando ara, erpica, semina; predilige le innovazioni e distribuisce il suo sapere durante le interminabili chiacchierate prima e dopo il caffè del mattino e del pomeriggio e poi quando piove e’ disponibile anche a fare la salsa, impegno questo di bassisimo profilo mascolino (ogni tanto ha queste debolezze, ma lo fa per amore della zia Lina). Si cimenta tutti gli anni con le cucurbitacee – cucumbari pilusi e glabri, piponeddhre, minne te monaca, meluni te pane e meluni d’acqua – senza grandi successi (ovviamente la scusa c’è sempre: piove poco, è piovuto troppo e non crescono le radici, scottàra, non ave fumuli – per proteggere i frutti dalle scottature da eccesso di luce -, non hanno preso l’azoto, hanno tutte le malattie del mondo, secondo una sua personale nomenclatura, ecc) ad eccezione delle cucuzze pacce e genovesi, una volta alimento rinfrescante estivo dei ruminanti domestici, oggi alimento funzionale degli umani.

La Melogna =Tasso (Meles meles)

È un animale notturno, può rimanere attivo, senza fare ritorno alla tana durante tutta una notte. Nel periodo invernale non cade in letargo ma l’attività è notevolmente ridotta. Nel caso di un forte abbassamento della temperatura o delle condizioni atmosferiche sfavorevoli, un animale può trascorrere anche diverse settimane nella tana; a questo scopo in autunno gli animali portano erbe secche e muschi per imbottire i locali dove trascorrono le lunghe fasi di riposo. Durante questi periodi utilizzano esclusivamente il grasso accumulato durante la bella stagione. Nella deambulazione il tasso poggia sul terreno quasi l’intera pianta del piede, è dunque un semiplantigrado, che lascia particolari impronte, lunghe 5-7 cm, dove si evidenziano bene le cinque dita con le relative unghie.

ll tasso vive nelle aree boscate, può anche frequentare le zone aperte purché dotate di un minimo di vegetazione che gli consenta di trovare ripari adeguati.

Il periodo degli amori si colloca tra la primavera e l’estate; ad ogni parto nascono, tra gennaio e maggio, in media da 2 a 4 piccoli, che vengono allattati per 2-3 mesi. La loro prima uscita fuori dalla tana avviene dopo circa 60 giorni dalla nascita.

Ingresso di una tana di Meles meles

L’animale usa, come riparo, grotte naturali, anfratti nelle rocce o tane che esso stesso scava nel terreno. Scava profonde ed intricate tane nel sottosuolo del bosco, lungo argini naturali ed artificiali e nelle specchie avvolte da siepi di scrasce (rovi).  Le tane, dotate generalmente di due o tre aperture, hanno al loro interno numerose gallerie, che vengono ingrandite via via dalle generazioni successive di tassi che vi abitano. Dalla tana si dipartono in varie direzioni numerosi sentieri molto ben battuti dal frequente passaggio dell’animale che tende, nei suoi spostamenti, ad usare percorsi fissi. In un’unica tana possono vivere contemporaneamente più esemplaridi tasso; è interessante notare che, a volte, una parte della tana occupata dal tasso viene utilizzata anchedalla volpe. In questo caso i due animali usano ingressi e gallerie diverse. Non lontano dalla tana si possonotrovare piccole buche nel terreno (latrine) dove il tasso depone i suoi escrementi.Si tratta di un animale notturno che inizia la sua attività al crepuscolo. Durante l’inverno non cade in un vero eproprio letargo ma si limita a ridurre notevolmente la propria attività, rimanendo a volte inattivo nella tana ancheper lunghi periodi consecutivi.Ha abitudini notturne ed è un animale onnivoro: in particolare mangia morbide radici che scalza con le suezampe ungulate poderose e poi tuberi, rizomi, vermi, lumache e piccoli serpenti compresa la vipera, al cui velenorisulta immune.In mancanza di acqua si disseta mangiando meloni d’acqua e anche di paneNomi regionaliBasilicataa mlognCalabriaMelògna, Milugna,Mulogna, Milogna, TassCampaniamelògnaPiemontetaisùnPugliamilògna (salentino)Nella cultura popolareE’ l’animale con un udito sovrannaturale: sente il tic tac dell’orologio, einfatti durante le battute di caccia era obbligatorio togliersi l’orologio,vestirsi di nero e appostarsi su un albero, ovviamente di notte. Ultimoanimale abbattuto dallo zio ‘Ppino, noto cacciatore di lepre, che combatte’due giorni interi prima di tirar fuori una melogna ferita, con l’aiuto del caneTese’ del nonno Michelangelo, dallo scrasciale in contrada Ampeli a Soleto.Ultima battuta memorabile, purtroppo senza successo, svoltasi in una nottedi luglio del 1963, alla baia di Santo Stefano, la piu’ bella insenaturaincontaminata di tutta la penisola, gia’ a quella data destinata ad essereorribilmente modificata e danneggiata per impiantare un Club Mediterranéeche ha dato, e continua a dare lavoro ad aitanti giovani locali multiuso(pilotare barconi carichi di turisti lungo la costa, cuocere bistecche sotto lapineta dell’alimini alla base delle dune, lasciando i residui della brace spentasulla sabbia a noi indigeni, massaggiare corpi abbrustoliti dal soleintensamente con mani delicate da mietitori, scalpellini e raccoglitori ditabacco ecc.). Quando ripenso, dopo 50 anni, mi si rinnovella il dolor!Quest’ultima battuta fu organizzata da un grande esperto di tasso, CiciBuongiorno di Seclì, con Vinicio e Michele.

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